Scorci di un tempo mai passato -Letizia Pacifico-

Il fiume del tempo, scorre con fragore,
tra profumi e sospiri selvaggi.
Il cortile sotto casa... un posto che ancora mi fa fermare il respiro.
Di quei tempi, i miei ricordi
a tenerezza sgorga da ogni angolo
Fra muri scrostati, scale scricchiolanti,
persiane arrugginite dal tempo, trasmettono malinconia.
Una fitta profumata siepe, di menta e rosmarino,
le chiacchiere delle comare, una di fronte a un altra
una sorta di intimità senza riserva
coi capelli tirati su' , dalle mani sapienti
di Donna Concetta... la capera ovvero la pettinatrice
che dopo aver raccolto i cappelli in una coda,
li ripartiva in ciuffetti e li avvolgeva mettendoci dentro la retina metallica
quella che si usava per le stoviglie , per dare volume al tupè.
Poi ricordo la signora Pupetta (Nunzia)
Demonizzava le paure dei bambini, con i suoi riti scaramantici,
bisbigliava una cantilena, facendo la croce per ben tre volte sulla fronte,
con un miscuglio di menta, olio e aglio
non ho ancora capito perchè con me non funzionò mai.
E poi ancora Rusinella (Rosa) e molte altre ancora,
nelle mille rughe dei loro volti antichi, a smanettar di maglia
racconti di un rituale ormai perso.
Zampilli di acqua, dalla fontanina di pietra
schizzavano il cane pastore, che il suo unico diletto era starsene sdraiato al sole.
Puppiniello  ovvero Giuseppe il suo padrone,
un uomo alto, magro, dalla pelle arsa dal sole dai lavori nei campi
sempre allegro, sorridente, l’esatto contrario di mio padre
dallo sguardo greve, sempre arrabbiato,
che tanto mi terrorizzava, coi suoi continui scatti d'ira.
Il saggio zio Filippo, il sapientone del paese appassionato di lettura,
spesso mi commissionava per portagli tipo il latte e il pane a casa e
mi accoglieva nel suo studio,
le pareti della stanza erano rivestite da scaffalature fin sopra la soffitta e
pile di libri tutti rilegati, non avevo mai visto tanti libri tutti in una volta.
Mi diceva spesso che attraverso essi avrei potuto viaggiare e volare,
pur restandomene comodamente seduta e una frase citava accarezzandomi il capo
“Men sana in corpore sano”.
Ne è passato di tempo prima di capire cosa volesse dire.
E le persiane sbattute, all'unisono, le mamme al calar della sera
in coro a chiamar le creature, in un tenor di cantico popolare
Mariiì, Giuvaaaà, Chiarinella, Mario, Luigginoooo e via d seguito.
Il sussulto del vento, tra le foglie danzanti
e variopinte farfalle, enormi come non se ne vedono piu,
che mi divertivo a rincorrere nei campi di grano.
Chiassosi schiamazzi, di noi bambini, i giochi di cortile
i loro visi mi passano uno ad uno davanti
con quegli occhietti lucenti di ingenuità.
Fu allora che lo scorrere lento e tranquillo cambiò in un attimo,
appena un battito di ciglia e un velo di tristezza cadde sulle nostre vite.
Ero seduta, sul muretto di pietra bianca,
di fianco alla mia amichetta del cuore Luisella,
una bambina graziosa, capelli intrecciati color del miele,
sguardo dolcissimo, occhi azzurri dove ci si poteva specchiare,
labbra disegnate color albicocca, una marea di lentiggini sulle gote,
ci raccontavamo i nostri segreti, i sogni e le nostre paure,
ci tenevamo per mano, facendoci forza l’un l’altra.
Quel pomeriggio assolato
Ciruzzo (Ciro) uno scugnizziello del cortile dabbasso,
era solito venir su,
capelli neri arruffati, sguardo marcato
un dente spezzato sul davanti, unghia nere e la puttulella
ovvero un lembo della camicia sempre fuor dai pantaloni,
una sigaretta sul filo delle labbra e la sua aria da grand’uomo
si atteggiava con gli altri ragazzi,
non ricordo esattamente come fu, so solo che si dimenavano in una disputa
e in un attimo, in un battito di ciglia, tutto assunse un significato diverso  
dalla rivoltella di Ciruzzo parti un colpo
e la mia Luisella cadde riversa a terra, col suo scamiciatino a quadretti,
bianco e rosa, i calzini lunghi di cotone ricamati
e i sandoletti con gli occhielli blu, i calzari di allora.
Una macchia viscida di colore vermiglio, si dilagò
colorando lo scamiciatino bianco e rosa.
Io ferma, col terrore negli occhi senza capire
ammutolita, col fiato sospeso, sorda dalle grida della comare
e il frastuono, tutto mi passo senza capire
tutto ciò che mi ricordo fu che versai fiumi di lacrime.
Di Ciruzzo che ne è stato?
Oggi è un uomo rispettabile, onesto
è sempre ben vestito, non ha più la puttulella,
grande lavoratore, amato e felicemente sposato,
ha tre figli, la primogenita ,si chiama Luisa.
La domenica è sempre al fianco del parroco del paese,
a dare la messa, è un ministro della chiesa.
Ed io?
Io sono qui e proprio adesso mentre sto scrivendo,
ancora mi emoziono, gli occhi mi si appannano
al ricordo della mia amata Luisella.
E un dubbio mi pervade...
...se per ironia della sorta, quel proiettile avesse preso,
una direzione diversa e avesse colpito me?
Qualcuno lo chiama destino,
io sono cattolica, lo chiamo voler di Dio.
E mi piace pensare che Luisa sia il mio angelo custode
che intercede presso Dio ogni volta che sono in difficoltà
e questa è la mia forza e spero vivamente
di essere stata brava a raccontare
uno scorcio di vita che striscia forte nell'anima.

LETIZIA PACIFICO
27 O6 2019

                        
Ringrazio i miei amici che mi hanno sostenuta e incoraggiata Clara, Luigi, Claudia ed Alessia.
Grazie di cuore.


Nota Personale (Luigi Candita)
Ho preferito lasciare il testo così come mi è stato inviato, diciamo come un segno caratteristico di una poetessa e non di una scrittrice che nonostante tutto ha saputo sorprendermi con la sua semplicità e naturalezza nel descrivere personaggi e scena finale, in un modo che... mi sono sentito spettatore, dall'inizio alla fine.

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